E terziario, in Ticino, significa perlopiù impieghi sulla piazza finanziaria, leggi banche. Il che dimostra che, se da un lato è vero che per certi lavori l’industria non può pagare di più altrimenti non può far fronte alla concorrenza, dall’altro c’è un settore per il quale non mancherebbe la manodopera indigena, ma che si rivolge al frontalierato semplicemente per pagare di meno e massimizzare quindi gli utili.
Più che legittimo, per carità, ma prima che la politica abdicasse ai suoi doveri verso il cittadino per genuflettersi di fronte – o meglio, di schiena – alle pretese della grande economia mondiale e della sua maledetta globalizzazione, questo fenomeno era perlomeno arginato dai contingenti e da un certo protezionismo sotto forma di rilascio di permessi di lavoro. Un protezionismo tutt’altro che esagerato, dato che al datore di lavoro bastava dimostrare di aver pubblicato qualche inserzione nei media e aver intervistato qualche richiedente risultato inidoneo, per ottenere il permesso di lavoro per il dipendente straniero prescelto.
È poi perlomeno curioso il fatto che ad approfittare del frontalierato ci siano anche quelle stesse banche cui la Confederazione fornisce denaro pubblico (quindi dei contribuenti svizzeri) per salvarle dal fallimento.
Oggi, con i bilaterali e, in particolare, con la libera circolazione delle persone, il fenomeno del frontalierato sta esplodendo. E con esso, quello della disoccupazione indigena, già aggravato dalla situazione congiunturale negativa.
Un comunicato di alcune settimane fa (7.10.2009) annunciava tristemente che “con Vaud e Vallese, il Ticino è il cantone che in settembre ha conosciuto il più forte incremento dei senza lavoro: due decimi di punto, dal 4,6 al 4,8%. Si è passati da 6'903 a 7'088 disoccupati” – e questo non era che l’ennesimo rapporto in tal senso.
È quindi evidente che il frontalierato – per certi settori sempre e ancora necessario e utile per la nostra economia – è diventato in altri campi un problema di non poca gravità. E tocca alla politica risolverlo.
Innanzitutto, sgomberiamo il campo da qualsiasi ipocrisia di carattere pseudo-etico o morale. Capita di leggere frasi come “gli Italiani hanno fatto grande la Svizzera” o “che si sono sacrificati venendo a lavorare in Svizzera”, quasi fossero i misconosciuti eroi di un “Risorgimento elvetico” che, senza di loro, non avrebbe potuto aver luogo.
Primo: gli Italiani e, dopo di loro, gli Spagnoli e i Portoghesi, sono immigrati in Svizzera o perché disoccupati a casa loro o perché questa Confederazione - che oggi si vorrebbe far passare per una congrega di mascalzoni e approfittatori – dava loro lavoro a condizioni ben migliori di quelle esistenti in patria. Tanto che buona parte di essi sono tornati più tardi al loro paese dove, con i soldi guadagnati in Svizzera, si erano nel frattempo potuti costruire la casa. Parlo dell’immigrazione del secondo dopoguerra, quella del boom dell’edilizia. Nessuno di questi immigrati è venuto per “far grande” la Svizzera o per “sacrificarsi” per lei. Tutti sono venuti perché trovavano condizioni di lavoro e salari migliori. Per il loro lavoro sono stati pagati sulla base di contratti sottoscritti da ambo le parti e il discorso è chiuso.
Secondo: l’immigrazione, rispettivamente il frontalierato, dovrebbe essere una risorsa cui un paese fa capo a seconda delle proprie necessità e, fintanto che si rispettano gli accordi contrattuali, non ci si può appellare a presunti “debiti di riconoscenza” nei loro confronti. Ci si rimprovererà che “fintanto che ci facevano comodo li abbiamo tenuti, e adesso che non abbiamo più bisogno di loro...”. Ma è così, e così deve essere! Soprattutto se e perché, per poter continuare ad assumere loro dobbiamo lasciare a casa i nostri.
La politica deve dare priorità agli interessi dei propri concittadini. Nessuno dice che bisogna gratuitamente recare danno agli stranieri o ai frontalieri ma, quando c’è di mezzo il benessere – o addirittura la sopravvivenza – del cittadino elvetico, la politica svizzera non può e non deve tenere conto di, peraltro presunti, “debiti di riconoscenza” o, ancora peggio, di paletti etici non richiesti che gli altri sono i primi a non rispettare.
O forse che gli altri paesi non fanno così? Forse che gli Stati uniti hanno tenuto conto dei nostri interessi ricattando la Svizzera – via mercato bancario americano per UBS - per i fondi ebraici? O più recentemente – sempre via UBS, che però questa volta se l’era cercata – per attaccare il nostro segreto bancario? O che Gheddafi rispetti le regole del gioco, trattenendo dei nostri (semi)concittadini in ostaggio o propugnando lo smantellamento della Svizzera? O che Tremonti s’è preoccupato della piazza finanziaria ticinese prima di dare il via al suo terzo scudo?
È ora che la Svizzera giochi con le stesse regole degli altri, e attui quelle ritorsioni che solo un’errata quanto masochistica interpretazione dell’etica le ha finora impedito di adottare. Si chiamano: abbandono degli accordi di libera circolazione, trattenuta del ristorno all’Italia delle imposte alla fonte, reintroduzione di un rigoroso contingentamento di stranieri e frontalieri.
Ci si deve rendere conto che, se non rispondiamo colpo su colpo alle angherie nei nostri confronti che l’estero sembra – grazie alla nostra compiacenza – aver adottato quale sport nazionale, perderemo del tutto l’unica vera arma di difesa che un paese possiede: il rispetto da parte degli altri.
Di Eros N. Mellini
Fonte: Il paese
